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Da ultimo lo stravolgimento dei luoghi della montagna utilizzati, spesso su iniziativa di associazioni che si improvvisano pseudo-ambientaliste, come palcoscenici per l’organizzazione di manifestazioni dalla forte concentrazione di pubblico in un ecosistema già fragile per sua stessa natura: penso ai concerti rock in alta quota, o anche agli eventi proposti in occasione delle notti di luna piena o del foliage!Dove sta andando la Montagna?
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- Categoria: Territorio
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Di fronte a queste sollecitazioni del mercato si assiste il più delle volte a risposte schizofreniche da parte degli enti pubblici che reagiscono o con politiche proibitive e repressive (divieti, limitazioni, servizi a pagamento ecc.), o al contrario con interventi sproporzionati e dal forte impatto ambientale, in sostanza colate di cemento per la realizzazione di nuove strade o di enormi parcheggi, spesso percorse e occupati solo per qualche giornata all’anno, o la costruzione di strutture polifunzionali (sale per convegni, spazi per spettacoli, musei ecc.) che se non sorrette da una coerente e corretta pianificazione culturale rischiano di rimanere per la maggior parte del tempo vuote e inutilizzate.
L’incapacità di governare il fenomeno dell’overturism ha fatto affermare ad alcune località montane, fortemente prese d’assalto dal cosiddetto turismo mordi e fuggi, che forse si stava meglio quando si stava peggio, chiedendo, provocatoriamente, di rinunciare al “marchio Unesco”: è il caso della val Pusteria, nella zona del lago di Braies, o della val Gardena nell’area del Seceda, o della val di Funes con l’iconica chiesetta di San Giovanni in Ranui. Ma lo potrebbe presto diventare anche per Cortina, la val di Fiemme o la valle di Anterselva dopo le prossime olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, altro scempio procurato alla montagna!
La stessa recentissima legge sulla montagna (n. 131/2025) non sembra porsi a tutela degli abitanti delle cosiddette “terre alte” al fine salvaguardarne la presenza e di limitarne lo spopolamento, combattendo il dissesto idro-geologico, o contrastando il cambiamento climatico, soprattutto perché lo stanziamento di 200 milioni di euro all’anno appare oggettivamente ben poca cosa, se messo in relazione all’estensione dell’area montana e alla fragilità di questo eco-sistema. Pare invece prevalere, nel testo di legge, una visione della dimensione economica della montagna, vista come serbatoio di risorse (il turismo e lo sfruttamento delle risorse legno e acqua e dei terreni abbandonati), piuttosto che come spazio di vita e di relazione.
La montagna tuttavia non è solo economia, ma è anche, se non soprattutto, cultura, memoria, identità. Per questo andrebbero valorizzati il diritto a rimanere in montagna, il diritto alla manutenzione del paesaggio, il diritto di educare alla cittadinanza montana.
Andrebbe in sostanza superata la visione ricreativa della montagna, e ripristinato, per dirla con Marco Albino Ferrari, “il senso del limite o meglio della misura, che è il primo insegnamento di cui oggi avremmo bisogno per contrastare l’imperante cultura dell’eccesso di cui noi stessi siamo vittime. Togliere più che aggiungere è la scelta più intelligente e lungimirante per un politico”.