di Federico Maria Fiorin
Ho partecipato qualche giorno fa alla serata del socio del Club Alpino Italiano, sezione di Valdagno, durante la quale mi è stata consegnata quella che un tempo veniva chiamata l’Aquila d’oro, per i 50 anni di appartenenza all’associazione. Per una fortunata casualità la consegna dell’attestazione è coincisa con la giornata internazionale della montagna, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2003.
Prendendo dunque spunto da queste due circostanze trovo di interesse poter proporre, a questo punto anche a fronte di una esperienza cinquantennale, alcune riflessioni sulla montagna.
Sulla mia tessera CAI, che è sempre la stessa da mezzo secolo, ed è gelosamente custodita all’interno dello zaino, viene riportata questa frase di Guido Rey (1861 – 1935): “Io credetti, e credo la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”.
Ebbene, temo che questa lotta la si stia perdendo.
Credo sia sotto gli occhi di tutti il grande cambiamento che è in atto sulle montagne, anche sulle nostre. Non solo mutazioni naturali, per quanto provocate dall’azione dell’uomo, come quelle riferite al clima che hanno visto, per esempio, alzarsi la quota neve sopra i 2000 metri, mentre tra i 1000 e i 2000 si verificano occasionalmente accumuli importanti, tali però da non garantire una completa stagionalità invernale, che solo fino a quindici/venti anni fa iniziava ai primi di dicembre per concludersi nei primi giorni di aprile.
D’estate poi sono sempre più frequenti alluvioni, nubifragi, trombe d’aria e frane, in grado di sconvolgere nell’arco di pochi minuti la geografia dei luoghi.
Ma oltre al clima è cambiato significativamente sia l’accesso e la fruizione della montagna, sia la tipologia del frequentatore montano.
Un tempo la montagna era considerata un luogo di difficile accesso, per lo più riservato a chi aveva avuto una formazione specifica, anche perché i rischi apparivano maggiori dei vantaggi. Vuoi mettere quanto sia più salutare una calda passeggiata lungo la battigia, respirando la benefica aria marina ricca di iodio, potendo alternare all’esercizio fisico anche dei bagni rigeneranti? Perché mai andare in montagna, fare fatica, sopportare un clima freddo, camminare lungo impervi sentieri o rimanere aggrappati alle pareti col rischio di precipitare a valle ponendo così fine al proprio destino?
Dopo il primo conflitto mondiale si è aperta la stagione dell’alpinismo eroico, a cui anche Valdagno ha dato il proprio contributo, in particolare con le figure di Bortolo Sandri e Mario Menti, e poi di Gino Soldà. Ma la montagna, che pure aveva iniziato ad aprirsi alle prime forme di turismo con la costruzione dei rifugi in quota e la presenza dei primi impianti di risalita, continuava a rimanere una meta riservata a pochi appassionati.
Anche i giochi olimpici invernali di Cortina 1956 avevano sì aumentato la visibilità della montagna, ma il tutto rimaneva circoscritto a poche località, tra cui dalle nostre parti si andavano affermando Asiago e Recoaro.
La svolta si è avuta col nuovo millennio, a partire dal riconoscimento attribuito dall’Unesco alle Dolomiti quale patrimonio mondiale dell’umanità (2009), e a seguire dalla considerevole ma non sempre positiva presenza dei cosiddetti influencer, che attraverso i social media hanno contribuito a far conoscere ad un numero elevatissimo di persone, in modo però assolutamente superficiale ed acritico, il mondo della montagna. Questo ha portato in pochissimi anni ad un impressionante aumento dei frequentatori della montagna, provocando in molti casi il fenomeno del cosiddetto overturism con numeri di presenze difficili da gestire, che si sono moltiplicati dopo l’emergenza pandemica (2020-2022).
Non solo numeri in aumento, ma spesso anche improbabili escursionisti privi di attrezzatura adeguata e di conoscenze di base dell’ambiente montano, animati dal solo desiderio di raggiungere a tutti i costi, e spesso, costi quel che costi, quel luogo pubblicizzato dai social per soddisfare il narcisistico desiderio di essere immortalati in una foto; ancor meglio poi se il luogo risulta raggiungibile evitando di fare fatica!
L’afflusso non controllato alla montagna sta però provocando almeno quattro problemi: innanzitutto l’aumento del numero degli incidenti: nel 2024 le morti in montagna sono state 466, mentre nel solo periodo tra fine giugno e inizi di agosto 2025 i decessi registrati in alta quota sono stati un centinaio (quasi tre al giorno); nell’area delle nostre Piccole Dolomiti (di cui quest’anno sono ricorsi i 100 anni dalla loro denominazione ndr) nel 2024 abbiamo avuto un solo incidente mortale, ma nel 2025 il numero degli incidenti mortali in quota è salito a cinque.
Il secondo problema riguarda le ricadute negative sulla sentieristica sia per l’aumento di episodi di vandalismo, sia anche per l’uso improprio dei sentieri che vengono spesso percorsi non solo dagli escursionisti ma anche dai bikers, con tutte le problematiche che questo comporta, sia in termini di rischio di incidenti sia per il lavoro supplementare riguardante la manutenzione dei sentieri.
La terza criticità riguarda la funzione stessa dei rifugi che, come ricorda anche il CAI di Valdagno “non sono alberghi, non sono location di soggiorno, non sono internet point, ma al contrario si raggiungono sempre a piedi, sono punti di ristoro e d’appoggio per le escursioni, ripari sicuri in caso di maltempo, hanno orari da rispettare”, ma che invece purtroppo, e con sempre maggiore intensità, vengono confusi dagli improvvisati escursionisti per ristoranti gourmet d’alta quota, dove clienti pretenziosi e impertinenti chiedono di ottenere l’impossibile, e gestori che in alcuni casi approfittano per aumentare immotivatamente i prezzi; talvolta poi i rifugi assumono un utilizzo improprio quali luoghi dove proporre eventi di intrattenimento, modificandone così ruolo e funzione.
Da ultimo lo stravolgimento dei luoghi della montagna utilizzati, spesso su iniziativa di associazioni che si improvvisano pseudo-ambientaliste, come palcoscenici per l’organizzazione di manifestazioni dalla forte concentrazione di pubblico in un ecosistema già fragile per sua stessa natura: penso ai concerti rock in alta quota, o anche agli eventi proposti in occasione delle notti di luna piena o del foliage!
Di fronte a queste sollecitazioni del mercato si assiste il più delle volte a risposte schizofreniche da parte degli enti pubblici che reagiscono o con politiche proibitive e repressive (divieti, limitazioni, servizi a pagamento ecc.), o al contrario con interventi sproporzionati e dal forte impatto ambientale, in sostanza colate di cemento per la realizzazione di nuove strade o di enormi parcheggi, spesso percorse e occupati solo per qualche giornata all’anno, o la costruzione di strutture polifunzionali (sale per convegni, spazi per spettacoli, musei ecc.) che se non sorrette da una coerente e corretta pianificazione culturale rischiano di rimanere per la maggior parte del tempo vuote e inutilizzate.
L’incapacità di governare il fenomeno dell’overturism ha fatto affermare ad alcune località montane, fortemente prese d’assalto dal cosiddetto turismo mordi e fuggi, che forse si stava meglio quando si stava peggio, chiedendo, provocatoriamente, di rinunciare al “marchio Unesco”: è il caso della val Pusteria, nella zona del lago di Braies, o della val Gardena nell’area del Seceda, o della val di Funes con l’iconica chiesetta di San Giovanni in Ranui. Ma lo potrebbe presto diventare anche per Cortina, la val di Fiemme o la valle di Anterselva dopo le prossime olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, altro scempio procurato alla montagna!
La stessa recentissima legge sulla montagna (n. 131/2025) non sembra porsi a tutela degli abitanti delle cosiddette “terre alte” al fine salvaguardarne la presenza e di limitarne lo spopolamento, combattendo il dissesto idro-geologico, o contrastando il cambiamento climatico, soprattutto perché lo stanziamento di 200 milioni di euro all’anno appare oggettivamente ben poca cosa, se messo in relazione all’estensione dell’area montana e alla fragilità di questo eco-sistema. Pare invece prevalere, nel testo di legge, una visione della dimensione economica della montagna, vista come serbatoio di risorse (il turismo e lo sfruttamento delle risorse legno e acqua e dei terreni abbandonati), piuttosto che come spazio di vita e di relazione.
La montagna tuttavia non è solo economia, ma è anche, se non soprattutto, cultura, memoria, identità. Per questo andrebbero valorizzati il diritto a rimanere in montagna, il diritto alla manutenzione del paesaggio, il diritto di educare alla cittadinanza montana.
Andrebbe in sostanza superata la visione ricreativa della montagna, e ripristinato, per dirla con Marco Albino Ferrari, “il senso del limite o meglio della misura, che è il primo insegnamento di cui oggi avremmo bisogno per contrastare l’imperante cultura dell’eccesso di cui noi stessi siamo vittime. Togliere più che aggiungere è la scelta più intelligente e lungimirante per un politico”.
Di fronte a questo scenario qual è il ruolo del CAI?
Personalmente credo che il CAI, che è l’unica associazione che per missione, vissuto ed esperienza vive la montagna non in maniera episodica e occasionale, debba riappropriarsi della sua funzione di corpo intermedio, non tanto per contrapporsi alle istituzioni presenti sul territorio, quanto piuttosto per fare da ponte, avviando un dialogo costruttivo con queste, al fine di riequilibrare una situazione che rischia altrimenti di sfuggire definitivamente di mano. Purtroppo ci rendiamo conto ogni giorno, e con frequenza sempre maggiore, di essere spesso amministrati da dei cialtroni (è sufficiente, a titolo d’esempio, osservare quanto sta accadendo a livello nazionale tra le promesse elettorali e le decisioni attuate in tema di pensioni, accise, tassazione, immigrazione, lotta all’evasione fiscale ecc. ndr) che assurgono a ruoli di potere privi di preparazione e inadeguati al ruolo.
Tuttavia a fronte di un mandato popolare e democratico, a queste persone è riconosciuto il compito di governare. Aiutare il decisore nelle scelte è una delle funzioni dei corpi intermedi, perché va da sé che una decisione presa da chi si dimostra impreparato o inadeguato alla funzione, rischia di produrre gravi conseguenze per molto tempo a venire.
Del resto lo sviluppo della montagna non si decreta per legge, ma si costruisce con scelte politiche territoriali coordinate fra di loro, con il coinvolgimento della comunità, e con una visione di lungo respiro. Ricordava Alexander Langer (1946-1995) che il motto olimpico del barone De Coubertain del citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte) rappresenta ancora oggi la quinta essenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà, ma al contrario la proposta di
Langer si fondava su questi tre principi: lentius, profundius, soavius, “più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli.
Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.
Ecco, l’auspicio è che il CAI, la sezione di Valdagno peraltro ha dei meriti straordinari circa la capacità di coinvolgere gli iscritti, organizzare iniziative per tutte le età, avvicinare alla cultura e al rispetto della montagna, sappia cogliere anche questa opportunità, e si rimetta in una relazione critica con le istituzioni presenti sul territorio. I veri protagonisti della montagna devono tornare ad essere le persone e non le carte o le mere questioni legate all’economia, allo sfruttamento e al lucro.
18/12/2025