Il monte Marana per gli abitanti della Valle dell’Agno è considerato un punto a cui tutti fanno riferimento per collocare geograficamente la nostra valle, qualcuno lo paragona “al il famoso vulcano Fujiyama per il Giappone”.

Anche se è collocato fisicamente nel comune di Crespadoro penso che in realtà è più “famoso e venerato” se così possiamo dire scherzosamente nella valle dell’Agno che nella valle del Chiampo.
Il Monte è il primo baluardo della catena delle Tre Croci nelle Piccole Dolomiti, e la sua cima alta 1554 mt è una delle cime più a sud delle Prealpi Vicentine.
La sua posizione come ultimo baluardo montano prima della pianura veneta cavalca le due valli del Chiamo e dell’Agno in quello che potremo definire la propaggine più a est del “delta” delle valli della Lessinia di cui geograficamente fa parte. Permette di vedere dalla sua cima uno dei più suggestivi panorami di tutto il nord Italia. In giornate terse infatti, si può osservare ad occhio nudo perfino la laguna di Venezia, il Lago di Garda, le cime del Pasubio e Carega oltre che all'Altopiano di Asiago, il Grappa, il Gruppo del Brenta, l'Adamello e le Dolomiti.
E molti in valle lo osservano anche come indicatore meteorologico e ne raccontano dicerie e proverbi come: “Se Marana l’è incapelà se non piove piovarà” e via dicendo.
Sulla cima è presente una croce portata a braccia dai cittadini di Marana il 27 agosto 1977. In sostituzione di altre croci del 1870 e del 1913, distrutte dal fuoco dei fulmini.
Anche un piccolo capitello vicino è stato eretto dagli abitanti di Castelvecchio e da un po’ di anni esiste un piccolo bivacco in legno aperto a tutti che funge da riparo per chi vuole passare di lì.
Il sito è anche “Zona archeologica” dato che sono stati ritrovati reperti dell’epoca romana probabilmente lasciati da un avamposto di osservazione per un controllo della pianura data la sua posizione strategica, ma la sua collocazione tramite i dati raccolti parlano della frequentazione umana a partire dal paleolitico, attraversando l'età di bronzo, l'epoca romana, medievale e moderna, fino a giungere ai grandi scontri novecenteschi e infine alla realtà attuale."
Un indagine archeologica già svolta negli anni 2005-2010 sulla dorsale tra Montefalcone e Cima Marana, ha lasciato sul terreno l'Archeovia di Campetto conosciuta e apprezzata dagli appassionati di montagna e di storia.
All'estremo limite di una vasta ripiegatura sugli 800 metri di quota racchiude Marana, l'omonimo paese
Un po' di storia
Nelle foto potete vedere una cartolina dalla storia, viaggiata nel lontano 1901 proprio da Marana. Verso fine '800 infatti, questa era una vera e propria località di villeggiatura per studiosi, musicisti, medici, avvocati, professori che accorrevano da tutta la provincia. Si diceva infatti che Cima Marana fosse raggiunta da una salutare corrente d'aria marina proveniente dall'Adriatico. Tra i suoi ospiti illustri si registra anche la Regina Margherita che nel 1879, in vacanza a Recoaro Mille, si fece accompagnare a Sella di Campetto con il figlio Vittorio Emanuele III, per ammirare il bellissimo panorama del luogo.
Leggende e credenze popolari che ritrovate anche in Wikipedia, parla della credenza di tesori nascosti o dimenticati in tempi remoti. Una di queste leggende parla di un Vitello d'oro di cima Marana.
Nel luogo detto Sella del Campetto(1548 mslm), fra cima Marana e il monte Elbele, verso la Cengia bianca, una legione romana aveva stabilito un importante presidio militare. Cima Marana infatti rappresenta un ottimo punto strategico in quanto domina le due valli del Chiampo e dell'Agno e permette l'osservazione di tutta la pianura vicentina e di buona parte di quella scaligera con la stessa città di Verona e il lato meridionale del Lago di Garda.
Si narra che poco prima del 100 a.C., durante una battaglia per arrestare l'invasione dei Teutoni in Italia, i soldati romani si piazzarono alla Sella del Campetto senza poter proseguire per la forte ed insidiosa guerriglia. A scopo propiziatorio, i legionari si fecero inviare da Roma un Vitello d'oro sulla cui protezione facevano sicuro affidamento. L'aureo, ricchissimo feticcio non riuscì però a propiziarsi il fato. Un improvviso e forte attacco dei barbari li schiacciò, distruggendo inesorabilmente il campo romano. Poco prima della battaglia finale il Vitello d'oro venne segretamente occultato e più nessuno lo ritrovò. Non lo carpirono i vittoriosi Teutoni, che affannosamente lo cercarono accompagnandosi nelle perlustrazioni con i loro potenti canti arcani. Non lo ritrovarono neanche i Goti e i Longobardi che in seguito ripresero il dominio di quel luogo.
Quando, alla fine del II secolo d.C., anche nella Valle del Chiampo arrivò la nuova religione portata da san Prosdocimo, la gente delle montagne cominciò a dire che il sacro idolo era passato nelle mani del diavolo. E chiunque si fosse azzardato a recuperarlo avrebbe improvvisamente perso conoscenza e sarebbe precipitato fra le rupi.
Molti anni fa, forse in epoca medioevale, venne organizzata una grossa battuta per la ricerca dell'aureo Vitello; ma non appena iniziarono gli scavi, il guardingo spirito delle tenebre provocò lo scatenamento di una violenta e copiosa grandinata mai vista prima. La squadra dovette squagliarsela, abbandonando anche l'idea di nuove eventuali future ricerche.
Secondo un'arcana credenza, il diavolo ogni cento anni ritorna ad ispezionare quel Vitello d'oro, lo esamina e lo espone al sole. Fino a qualche tempo fa questa convinzione era talmente radicata nella popolazione, al punto che molti valligiani assicuravano di aver visto sulle scoscese rocce del Marana brillare sotto i raggi del sole il mitico idolo.
Tracce circa la presenza romana su questa montagna si trovano su alcuni scritti storici. Padre Gaetano Maccà nel suo libro datato 1813 annota che "...siavisi stato ne' vetusti tempi qualche tempio d'idoli...e medaglie antiche Romane di metallo..." Alcune ricerche eseguite per iniziativa dell'erudito parroco di Fongara sul finire del secolo scorso, durante le quali pur non ritrovando il Vitello d'oro portarono alla scoperta di varie monete e di urne cinerarie romane, confermano la veridicità di questa antichissima e radicata credenza.
Cima Marana è invece protagonista di una leggenda. Si narra che poco prima del 100 a.C., durante una battaglia per arrestare l’invasione dei Teutoni in Italia, i soldati romani si piazzarono alla Sella del Campetto senza poter proseguire per la forte ed insidiosa guerriglia. A scopo propiziatorio, i legionari si fecero inviare da Roma un Vitello d’oro sulla cui protezione facevano sicuro affidamento. Il ricchissimo feticcio non riuscì però a propiziarsi il fato. Un improvviso e forte attacco dei barbari li schiacciò, distruggendo inesorabilmente il campo romano. Poco prima della battaglia finale il Vitello d’oro venne segretamente occultato e più nessuno lo ritrovò. Non lo carpirono i vittoriosi Teutoni, che lo cercarono accompagnandosi nelle perlustrazioni con i loro potenti canti arcani. Non lo ritrovarono neanche i Goti e i Longobardi che in seguito ripresero il dominio di quel luogo. Quando, alla fine del II secolo d.C., anche nella Valle del Chiampo arrivò la nuova religione portata da San Prosdocimo, la gente delle montagne cominciò a dire che il sacro idolo era passato nelle mani del diavolo. E chiunque si fosse azzardato a recuperarlo avrebbe improvvisamente perso conoscenza e sarebbe precipitato fra le rupi.
In epoca medioevale venne organizzata una grossa battuta per la ricerca dell’aureo Vitello. Non appena iniziarono gli scavi, il guardingo spirito delle tenebre provocò lo scatenamento di una violenta e copiosa grandinata mai vista prima. La squadra dovette squagliarsela, abbandonando anche l’idea di nuove eventuali future ricerche.
Secondo un’arcana credenza, il diavolo ogni cento anni ritorna ad ispezionare quel Vitello d’oro, lo esamina e lo espone al sole. Fino a qualche tempo fa questa convinzione era talmente radicata nella popolazione, al punto che molti valligiani assicuravano di aver visto sulle scoscese rocce del Marana brillare sotto i raggi del sole il mitico idolo.
Al di là della leggenda, esistono tracce della presenza dei Romani a Marana. Sono state infatti ritrovate numerose monete e urne cinerarie romane. Le monete romane ritrovate sono databili dal 2° sec. d.C. al 5° sec. d. C.. Molti dei ritrovamenti sono stati depositati e sono visitabili al Museo Civico Dal Lago di Valdagno. Pare infatti che in Età Romana la montagna fungesse da località di controllo.
l paese di Marana ha poche case, ma un panorama bellissimo. Dalla chiesa di San Rocco si possono infatti ammirare tutte le colline e il fondovalle della Valle del Chiampo. Al centro del paese fino a qualche anno fa c’era anche una nota discoteca dove si incontravano i giovani della Valle dell’Agno e quelli della Valle del Chiampo. Passeggiando tra flora e fauna tipicamente montane si può facilmente trovare anche la cascata della Brassavalda, con di fronte un capitello caratteristico di una Madonna protettrice, di cui vi avevamo già parlato. Generalmente nel mese di ottobre, veniva organizzata la “Festa del Tartufo“, prodotto tipico di Marana.
Il centro del paese di Marana durante una delle precedenti edizioni della Festa del Tartufo. Foto: Marta Cardini
Per conoscere la storia di Marana potete trovare dei riferimenti su una pubblicazione "MARANA appunti di storia" di cui riportiamo qui il link.

Scarica Marana appunti di storia
Mentre andando verso l’osservatorio astronomico Marsec (Marana Space Explorer Center), riconosciuto dalla NASA come museo e vera grande attrazione del luogo, si può vedere l’alta collina morenica di Durlo proprio di fronte. Visto da Marana, Durlo sembra davvero un luogo “sperduto”.


Due riproduzioni di missili presenti all’interno dell’osservatorio astronomico Marsec di Marana.
Foto: Marta Cardini

Il sito Marsec lo trovate qui:https://www.marsec.org/
(redatto da Urbani F.)