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Ancora, la crisi dei modelli crea un’ulteriore difficoltà: in una fase storica così ampia, frammentata e resa quasi incomprensibile dalla rapidità di cambiamenti è difficile trovare un terreno di incontro a proposito di visioni di vita, temi, aspetti dell’esistere tra persone che si collocano in fasce d’età che comportano interessi diversi.

Come è possibile allora “dialogare”?

Bisogna, a questo punto, chiarire che la scoperta del valore del dialogo in una personale ricerca di efficacia dell’insegnamento non è tanto un momento, una attività, ma un modo di essere. Non qualcosa che si fa in un certo momento ma, prima di tutto, un modo di collocarsi nel mondo prima che nella professione e nella classe. Non si fa dialogo (solamente) quando si incontra la classe su oggetti specifici e sui mille temi che appartengono direttamente alla formazione, all’educazione, all’orientamento. Si fa dialogo in ogni momento didattico perché essere in dialogo è un modo di essere nella propria professione.

Non occorre “aprire” il dialogo in una finestra temporale definita (come se ci si dovesse inventare l’ora di dialogo), quasi che il dialogo fosse una “materia” ma qualsiasi nostro intervento nel contesto didattico è già dialogo. Ciò dipende dalla qualità dell'intervento. Nella situazione storica in cui viviamo tutta una serie di non-valori smonta ogni tentativo di predicare il dialogo e di renderlo efficace. Ma questo non ci sentiamo di accettarlo, perché toglierebbe senso a una dimensione insopprimibile della nostra professione.      
Individuiamo pertanto una triplice espressione di questa che abbiamo chiamato “dialogicità”. Dialogo, sempre ma in modo particolare a scuola, è 
1 un modo di costruirsi      
2 un modo di relazionare       
3 un modo di operare.  

Va detto che ciò si sviluppa su due piani: un lavoro di ricerca dell’insegnante su se stesso e di modalità di trasmissione agli alunni di atteggiamenti mentali e indirizzi operativi.